Il divario di gravità: come il viaggio spaziale ricollega la presa del cervello

0
3

Ricerche recenti hanno rivelato un effetto collaterale sorprendente e potenzialmente pericoloso dei viaggi spaziali: l’incapacità del cervello di calibrare accuratamente la forza fisica. Gli scienziati hanno scoperto che la transizione tra la gravità terrestre e la microgravità dello spazio crea una disconnessione sensoriale che persiste molto tempo dopo il ritorno a casa degli astronauti.

La discrepanza sensoriale

Uno studio condotto da ricercatori dell’Université catholique de Louvain e dell’Ikerbasque (la Fondazione basca per la scienza) ha scoperto un periodo di adattamento neurologico significativo per gli astronauti. Analizzando i movimenti e la forza di presa di 11 astronauti dell’Agenzia spaziale europea (ESA), il team ha identificato un modello di “feedback sensoriale male interpretato”.

I risultati rivelano una lotta in due fasi per il cervello umano:

  1. In microgravità: gli astronauti tendono a esercitare più forza del necessario per trattenere gli oggetti. Poiché i loro cervelli sono ancora abituati alla costante attrazione della gravità terrestre, compensano eccessivamente per garantire che un oggetto rimanga stabile.
  2. Al ritorno sulla Terra: Mesi dopo l’atterraggio, gli astronauti continuano a lottare con la regolazione della forza. I loro cervelli, essendosi adattati all’assenza di gravità, spesso non riescono a esercitare la corretta quantità di forza necessaria per maneggiare gli oggetti soggetti alla gravità terrestre.

“Ciò che abbiamo osservato è stato del tutto inaspettato”, ha osservato l’autore principale Philippe Lefèvre, professore di ingegneria biomedica presso l’Università cattolica di Louvain.

Perché questo accade: fisica contro percezione

Il nocciolo della questione sta nel modo in cui il nostro cervello elabora la relazione tra massa e peso. Sulla Terra, comprendiamo intuitivamente che la gravità tirerà giù un oggetto se lo lasciamo andare. Nella microgravità della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), solo l’inerzia determina il movimento; gli oggetti non “cadono”, semplicemente vanno alla deriva in base alla forza applicata loro.

Sebbene un astronauta possa comprendere intellettualmente questi fenomeni fisici, la connessione neurologica tra tatto, vista e movimento muscolare richiede molto più tempo per essere ricalibrata. Il cervello essenzialmente apprende una “nuova normalità” nello spazio e il ritorno alla costante gravitazionale terrestre non è un processo istantaneo.

Implicazioni critiche sulla sicurezza

Non è solo una questione di goffaggine; si tratta di un rischio operativo significativo per l’esplorazione spaziale a lungo termine. Mentre la NASA si prepara per missioni come Artemis 2, che porterà gli esseri umani più vicini alla Luna, la capacità di svolgere compiti precisi è vitale.

Lo studio evidenzia diverse aree ad alto rischio in cui il “cedimento della presa” potrebbe essere catastrofico:
* Integrità scientifica: un errore potrebbe causare l’allontanamento o la rottura di esperimenti fragili.
* Operazioni tecniche: Una forza errata potrebbe portare a errori durante la manovra dei bracci robotici o l’esecuzione di delicate procedure mediche.
* Sicurezza della stazione: Sulla ISS, un oggetto caduto non cade semplicemente sul pavimento: diventa un proiettile. Come avverte Lefèvre, se un oggetto di grandi dimensioni si muove ad alta velocità e un astronauta perde la presa, potrebbe colpire qualcosa di critico, portando a conseguenze “drammatiche” per l’equipaggio e la navicella spaziale.

Conclusione

Lo studio sottolinea che i viaggi spaziali non influiscono solo sulla densità ossea e sulla massa muscolare; altera fondamentalmente il modo in cui il cervello percepisce la realtà fisica. Mentre ci muoviamo verso l’esplorazione dello spazio più profondo, comprendere e compensare questo ritardo sensoriale sarà essenziale per la sicurezza della missione.